Apocalisse, un concetto, una premonizione, un'idea. I media, la letteratura, il cinema, i videogiochi, in qualsiasi campo l'apocalisse è sempre più presente in questi ultimi anni, diventando quasi un genere. Qui si possono scambiare idee, condividere opinioni per fare in modo che l'apocalisse resti soltanto un modo di raccontare. Sullo sfondo dei problemi che attanagliano la vita di tutti i giorni, una raccolta di storie di genere post-apocalittico: le Cronache.

giovedì 9 maggio 2013

Città fantasma: Skrunda-1





Nel pieno della guerra fredda, l’Unione Sovietica fece costruire decine di città inesistenti per il resto del mondo. Erano città militari, che ospitavano centrali nucleari o stazioni radar, città fantasma ancor prima di essere abbandonate. Queste città non avevano un nome, ma usavano quello del centro abitato più vicino affiancandogli un numero, nel nostro caso: Skrunda-1.
Si trova in Lettonia, A suo tempo ospitò circa 5.000 abitanti, perlopiù militari, e una grande stazione radar chiamata Hen House, in grado di monitorare lo spazio e i cieli degli Stati Uniti per prevenire eventuali attacchi missilistici.



Con lo smembramento dell’Unione Sovietica, la base radar di Skrunda-1 è stata utilizzata come strumento di negoziato tra Washington e Mosca, mentre i suoi abitanti lentamente la abbandonavano al suo destino. Nel giro di pochi anni la stazione radar venne smantellata, a causa della costruzione della nuova stazione radar di Daryal, ancora più efficiente, e nel 1998 l’ultimo abitante di Skrunda-1 lasciò circa 70 edifici a morire nel silenzio.
Così quella che era nata come città nascosta dalle mappe sovietiche, divenne a tutti gli effetti una città fantasma.



Per 12 anni Skrunda-1 è rimasta nel silenzio, finché nel 2010 il governo della Lettonia non decise di mettere la città all’asta. Un imprenditore russo la acquistò per 3 milioni di dollari, ma non si sa molto di lui, tantomeno dei programmi riservati per Skrunda-1. E quegli edifici, nel pieno della fatiscenza, restano in attesa, nella speranza di mostrarsi al mondo.




mercoledì 13 febbraio 2013

Città fantasma: Varosha




La quarta tappa del viaggio attraverso le maggiori città fantasma si sofferma sulle coste di Cipro, in una frazione della città di Famagosta. Siamo a Varosha, meta del turismo di pochi, degli hotel di lusso e dalle spiagge affollate di personaggi famosi. Ma Varosha sorgeva su di un’isola contesa da secoli da Grecia e Turchia, furono questi conflitti a decretare la fine della città.




Nel 1974 venne effettuato un colpo di stato militare greco ai danni del palazzo presidenziale, che cedette ai combattimenti. Il tentativo era annettere la totalità dell’isola di Cipro alla Grecia. Pochi giorni dopo la Turchia rispose militarmente, spingendo il proprio esercito alla conquista dell’isola. L’invasione portò all’occupazione di un terzo dell’isola, oltre che all’evacuazione di centinaia di migliaia di residenti. Nelle zone evacuate, c’era proprio Varosha, isolata dal mondo con una rete di filo spinato, preda delle barbarie dell’esercito turco, che la depredò in seguito all’invasione.




La città è rimasta da allora in stato di abbandono, i recinti delimitano ancora i confini della zona turco-cipriota. Tuttavia, nonostante le lesioni del tempo e degli agenti atmosferici, non muore la speranza di recuperare quell’angolo di Famagosta tanto amato dal turismo. Molti hanno lanciato un appello alla Turchia, con il desiderio comune di riportare Varosha allo splendore di un tempo. Per il momento, però, gli unici abitanti di questo paradiso spettrale sono le tartarughe marine, tornate a nidificare sulla spiagge dopo l’abbandono di quest’ultime.




Il giornalista americano Alan Weisman parla di Varosha nel suo libro “Il mondo senza di noi”, in cui analizza il futuro del pianeta dopo la scomparsa dell’uomo. Weisman ammette che basterebbero 25 anni di abbandono a rendere un edificio ormai inutilizzabile, sostenendo che la natura si riprende in maniera permanente ciò che l’uomo le ha tolto. Questa le parole di Weisman in seguito ad una visita di Varosha nel 1976, appena due anni dopo l’evacuazione:




“Il registro dell'albergo era ancora aperto all'agosto del 1974, le chiavi delle stanze posate sul bancone, la sabbia era entrata formando piccole dune nell'atrio, i fiori erano seccati nei vasi, veri e propri alberi stavano già invadendo la sede stradale. Piante grasse rampicanti serpeggiavano dai giardini degli alberghi, le vetrine dei negozi esponevano ancora creme solari e souvenir, un concessionario Toyota offriva ancora una vecchia Corolla, le facciate degli alberghi crivellate di proiettili, dieci piani di porte a vetro scorrevoli ormai distrutte...”




giovedì 17 gennaio 2013

Wall-e: quando l'uomo smette di crederci...


Molto spesso i film d’animazione vengono sottovalutati delle loro potenzialità, perché associati ad un pubblico infantile a cui basta un intrattenimento colorato e simpatico per passare la giornata. Questo è un errore comune, ma se si parla di Wall-e, il capolavoro della Pixar, il discorso è tutt’altro.
Non basta una recensione per spiegare quanto di meraviglioso c’è in questo film, non basta un resoconto dettagliato sul come abbiano curato le immagini e cercato ossessivamente i suoni per creare un mondo che ancora non c’è.
Bisogna fare attenzione innanzitutto a ciò che Wall-e vuole mostrarci, cioè una realistica e probabile visione del nostro futuro.
Il mondo è sommerso dai rifiuti, così tanto che la terra non è più vivibile.
Così l’uomo fugge su delle immense astronavi da crociera, mentre sulla terra dei piccoli e simpatici robot puliscono senza sosta.
Ovviamente, come ogni piano estremo, le cose possono andare storte. Così rimane il piccolo Wall-e, ormai unico nel suo genere, che continua imperterrito e testardo (ma quanta poesia) nel suo lavoro.
Le prime sequenze possono forse essere divertenti per i bimbi, in cui Wall-e esplora una pattumiera a grandezza mondiale e si stupisce degli oggetti che trova. Raccoglie una scatolina contenente un anello con tanto di brillante, butta quest’ultimo e tiene la scatolina. Quanta ilarità, ma quale messaggio arriva? Che cosa ritiene interessante il piccolo Wall-e?
Dovrebbe essere soltanto un robot che pulisce il mondo, invece è alla continua ricerca di poesia, di impreziosire quel mondo alla deriva in cui tutto sembra morto. Immaginate la sorpresa del piccolo robot quando si ritrova di fronte alla verde maestosità di una piccola piantina, di cui tuttavia non comprende l’importanza. Come lui, nemmeno l’uomo.


Questo, rappresentato nel modo più realistico concesso, sdraiato su una poltrona mobile con uno schermo davanti al viso. Come per celare agli occhi la vista della verità, alterando le proprie relazioni sociali, indottrinandolo alla moda del momento e al finto fabbisogno della propria esistenza. Una situazione, quella di questo film d’animazione per bambini, che può essere paragonata al 1984 di George Orwell, in cui questa volta il Grande Fratello è la cecità che viene elargita agli uomini.
Perché il piano di pulizia della terra è andato male, e i decenni sono passati veloci senza che nessuno se ne accorgesse.


Wall-e, per essere solo un film d’animazione per bambini, parla più chiaro della maggior parte dei film che escono nelle sale. E se credete che un bambino non possa recepire il messaggio, non possa apprezzare il comandante dell’astronave che vuole coltivare pizza o un robot che abbandona la sua direttiva prioritaria per darsi al romanticismo, vi sbagliate di grosso. Perché un bambino rimarrà affascinato come Wall-e dal verde che lo circonda, e forse nelle sue azioni future la sua mente farà un collegamento inconscio, perché ciò che mostra il capolavoro Pixar non è fantasia, non è illusione. Wall-e è quella parte ben celata dentro di noi, quella che sa riconoscere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Quella che, nonostante intorno a noi sia pieno di spazzatura (e non si parla solo di rifiuti), riesce ancora ad apprezzare le piccole scoperte. Come un bambino, con il suo zainetto, che raccoglie quanto di meraviglioso c’è in questo mondo.


mercoledì 16 gennaio 2013

Moon: dal lato oscuro della luna...


L’uomo ha sempre guardato ben oltre di quanto l’occhio potesse permettergli, fin dagli albori della fantascienza la meta più acclamata è sempre stata la luna.
Lo dimostra una delle pellicole più famose nella storia del cinema, se non la più.
Era il 1902 quando George Melies mostrò al mondo il suo Viaggio sulla Luna, dove quest’ultima viene rappresentata in modo visionario e quanto mai lontano dalla realtà effettiva.
Da allora il genere della fantascienza ci ha regalato visioni e immagini dal futuro, dando sfogo alla creatività di artisti concettuali che hanno aiutato sicuramente gli inventori di oggi.
Molto è stato detto sulla luna, così tanto che l’uomo è andato oltre, l’uomo ha scoperto altre galassie ed esplorato i buchi neri.
Per questo una recente pellicola ha catturato la mia attenzione, perché a distanza di quasi cento anni dal film di Melies si è tornato ancora a parlare della luna.
Il titolo del film in questione è Moon, diretto da Duncan Jones e presentato al Sundance Film Festival nel gennaio del 2009.


La visione di Moon non è molto lontana da una previsione del mondo futuro, alla costante ricerca di fonti di energia alternative.
La soluzione nell’universo di Moon proviene dall’estrazione dell’Elio-3 dal suolo lunare, in grado di soddisfare il fabbisogno energetico del 70% del pianeta.
A permettere ciò è un solo uomo, Sam Bell, interpretato magistralmente da Sam Rockwell. L’unico uomo sulla luna è in compagnia di un robot di nome GERTY, che ricorda un po’ l’odissea di Kubrick e a cui Kevin Spacey da la voce. Il compito di Sam Bell è quello di inviare l’Elio-3 alla terra dalla base situata nel lato oscuro della luna, il suo turno di tre anni è quasi terminato e non vede l’ora di tornare a casa per riabbracciare sua moglie. Un inizio classico per quei film che hanno voglia di stravolgere, di mettere in discussione ogni elemento, ed è esattamente ciò che fa Moon.
Sam Bell ha un incidente durante una normale procedura di routine e si risveglia in infermeria, non è più lo stesso Sam Bell di prima.
Così Moon si mette in discussione, e tutto ciò che sembrava certezza inizia a vacillare, come la fiducia verso la premurosa macchina di nome GERTY che riesce a comunicare solo attraverso simpatici (e ambigui) smiley.


Le comunicazioni in diretta con la terra sono impossibili a causa di un guasto ad un satellite, e Sam Bell smette di credere a quelle che inizialmente sembravano verità, il suo desiderio di risposte è così ossessivo che molto presto si ritrova a confrontarsi con se stesso, forse più materialmente di quanto le parole possano spiegare. I ritmi sono scanditi dalla musica di Clint Mansell, e nonostante il cast consista nel solo Sam Rockwell, Moon si dimostra essere un film dal basso budget che non cade nelle classiche pause da introspezione del personaggio, qualcosa che uno spettatore del sabato di pioggia assolutamente non apprezzerebbe. Nonostante si noti la differenza tra la pellicola di Duncan Jones e le grandi produzioni dei blockbuster della stagione, Moon è un film che fa ragionare. Non vuole solo giocare con le illusioni della mente umana, ma mostra una probabile proiezione di un futuro non troppo lontano, in cui l’uomo cerca la soluzione dei propri problemi guardando in cielo, senza in realtà cambiare il proprio approccio allo sfruttamento delle risorse.
La fotocopia fantascientifica di ciò che in realtà già succede in ogni angolo del mondo, dove ogni uomo sfruttato è solo, tagliato fuori dalla sua vita, con i propri diritti asportati a favore del guadagno di qualcuno. Moon è proprio nella nostra testa e Sam Bell, come chiunque, ha smesso di crederci.




giovedì 10 gennaio 2013

Città fantasma: Bodie




William Bodey cercava l’oro, e nella contea di Mono, in California, ce n’era abbastanza.
Non sapeva, però, di aver trovato uno dei giacimenti più importanti.
William Bodey non visse abbastanza per saperlo, fu sorpreso da una bufera di neve nel 1859, solo diciassette anni dopo fu scoperto il giacimento che trasformò il piccolo centro minerario fondato da Bodey in una vera e propria città da Far West.
La popolazione arrivò a sfiorare quasi i 10.000 abitanti, per un numero di circa 2.000 fabbricati.
Questi, costruiti interamente in legno, includevano banche, sindacati, giornali, una prigione, più di sessanta saloon, una chiesa e addirittura un tempio taoista.
A Bodie, infatti, figurava anche un quartiere cinese, con centinaia di residenti.




Non solo l’oro attirava nuovi abitanti, molto presto Bodie divenne famosa per la criminalità che veniva consumata tra le strade. Le fonti storiche riportano continui omicidi, sparatorie, bordelli e locali in cui i minatori spendevano tutto il loro guadagno, spesso con conclusioni fatali.
Era uso quotidiano chiedere al mattino se ci fosse un uomo per colazione, ovvero se qualcuno fosse stato ucciso quella notte.



Una storia, forse soltanto una leggenda, racconta di una bambina che si stava trasferendo con la propria famiglia da San Francisco a Bodie. A seconda di chi la racconta, questa bambina scrisse sul suo diario “Bene, per Dio, sto andando a Bodie”, oppure “Addio, Dio, sto andando a Bodie.”
Tra le leggende figura anche quella di Rosa May, una prostituta del distretto a luci rosse. Quest’ultima avrebbe aiutato la popolazione in un momento di epidemia nella città, salvando molte vite. Si dice, però, che fu sepolta fuori dal recinto del cimitero.




Il primo declino venne registrato dopo il 1980, quando altri importanti giacimenti furono rilevati in Arizona, Montana o Utah. La popolazione di Bodie si ridusse, ma non per questo la città fu abbandonata. Al contrario, furono costruite una chiesa metodista e una cattolica proprio ad indicare la trasformazione di un centro minerario in un vero e proprio centro abitato.




Le attività minerarie procedevano senza sosta, e Bodie vide innovazioni tecnologiche per l’estrazione dell’oro e anche una piccola ferrovia intitolata a suo nome.
Tuttavia, nel 1910 fu registrata la presenza di 698 persone, equivalenti alle famiglie che avevano deciso di restare a Bodie piuttosto che cercare giacimenti migliori altrove. Un numero troppo basso per rappresentare la città che era.



Furono tentate manovre di investimento, ma il censimento della popolazione mostrava cali bruschi che, nel 1940, toccarono appena un centinaio di persone.
L’ultima miniera venne chiusa nel 1942, quando fu ordinato di chiudere tutte le miniere d’oro non essenziali agli Stati Uniti.
L’etichetta di “Città Fantasma”, però, le fu consegnata molti anni prima. Un grande incendio devastò gran parte del distretto commerciale, e il numero di residenti era così scarso che un giornalista del San Francisco Chronicle decise di affibbiarle la nomina di “fantasma”.




Dopo che Bodie venne abbandonata, si presentarono gravi casi di vandalismo, che obbligarono l’assunzione di custodi per tutelarne le strutture. Questi custodi, furono gli ultimi abitanti di Bodie, e nel 1943 erano soltanto tre.
Nel 1962 Bodie divenne National Historic Landmark, ovvero un territorio non protetto come un monumento, ma che viene considerato di interesse storico nazionale.
Infatti Bodie conserva le architetture e l’arredamento dell’epoca, proprio come una città del Far West.




A causa della posizione dell’insediamento, sopra i 2.500 m di altitudine, e i pochi ostacoli naturali che la proteggono dagli agenti atmosferici, Bodie è afflitta da estati calde e inverni rigidi.
La mancanza di alberi nella zona, infatti, viene attribuita al fatto che anche le nottate estive fossero gelide, e molta legna fu utilizzata per scaldare i numerosi abitanti.




Questo clima rigido ed estremo, permette le visite alla città soltanto nei mesi festivi. Nonostante non sia difficile da raggiungere, a poche miglia da una strada statale, la neve e il ghiaccio ne rendono impossibile l’accesso.





Nonostante solo una piccola parte della Bodie fiorente di una volta sia sopravvissuta, quasi 200.000 persone ogni anno si avventurano per visitarla.




Bodie fece da sfondo per un servizio fotografico della band U2, che utilizzarono le foto per il loro album The Joshua Tree del 1987.




domenica 23 dicembre 2012

La fine del mondo

Anni di attesa, anni di ipotesi e di racconti. Leggende che tornano a galla, miti da sfatare, illusioni. Questo è stato il 21 dicembre dell'anno 2012, quasi un gioco per bambini.
Tra i sostenitori dell'apocalisse, gli scettici, i superiori della situazione, i saccenti e i creduloni, nessuno ha voluto interpretare in maniera diversa quello che può essere definito come "fine del mondo".
Il 2012 potrebbe segnare la fine del mondo che conosciamo, un mondo di ingiustizie e incorrettezze, un mondo segnato dalle guerre e dalla miseria. Un mondo illogico, se vogliamo ammetterlo.
Illogico pensare che il più grande rappresentante di una religione che sorride al prossimo e elogia la ricchezza interiore, sia in realtà coperto d'oro, e proibisca la fede agli omosessuali, alle persone divorziate, e come gesto di fratellanza compie solo l'iscrizione su Twitter.
Illogico inoltre vedere al governo personaggi che starebbero bene in uno spettacolino di cabaret, a giocare con la sorte di migliaia di giovani insoddisfatti che nel futuro vedono solo polvere. Come è possibile anche solo pensare che, una volta conquistata quella posizione, si pensi soltanto agli affari propri, privilegiando alcune categorie e abusando di altre.
Eppure, più mi sforzo nel pensarlo, più non ci credo.
Allo stesso modo guardo con disgusto quelle persone che nel traffico cercano di sorpassarti alla prima occasione, sia essa più o meno accettata dal codice della strada. A quelle persone io dico, avete tanta fretta di morire? Siete disposti a fare un torto a decine di persone ogni giorno, solo per accelerare i processi della giornata di circa mezzo minuto?
C'è inciviltà in questo mondo, e non sempre essa è riconosciuta nella figura di Berlusconi, o del papa, o di chiunque altro sia degno di lamentele.
Gli incivili siamo noi, che aggrediamo il prossimo solo perché siamo frustrati dalla vita.
Che gettiamo le cartacce in terra, sminuendo il gesto come se fosse una sciocchezza.
Noi che escogitiamo trucchetti per passare davanti alle persone lungo la fila, noi che rubiamo, noi se il cassiere si sbaglia con i conti ce ne andiamo a gambe levate.
Noi che ci lamentiamo a prescindere di ogni cosa, senza veramente tenere a un cambiamento.
La nostra illuminazione nella giornata è la vittoria della squadra del cuore o il nuovo tormentone pop, la farfallina di Belen e il gossip.
Le citazioni profonde dei grandi scrittori, le frasi fatte sulla crudeltà della vita, non c'è ispirazione e poesia in questo. Siamo tutti pronti a divinizzare i personaggi, ad elevarli a un livello di onnipotenza e di icona.
Non possiamo riempire la nostra testa di cose non nostre, non possiamo scannerizzare i pensieri altrui e fotocopiarli tali e quali.
E in tutto ciò, siamo così occupati nel farlo che dimentichiamo le cose essenziali, come la cortesia.
Dimentichiamo che un "grazie" può cambiare la giornata di una persona, che un sorriso può far venire il buonumore.
Eccola la vera fine del mondo, siamo noi, ed è per mano nostra che ci troviamo in questa situazione.
E i giovani, invece di abbandonarsi alla filosofia di qualcun altro, invece di lasciarsi andare alle sciocchezze perditempo, dovrebbero capire di avere il pieno controllo di un mondo che appartiene a noi.
Il cambiamento viene da noi, e non dai decrepiti seduti sulle poltrone del governo, che nemmeno con parrucchini, plastica e silicone riescono ad apparire giovani.
La fine del mondo che conosciamo, e da qui un cambiamento.
Come svegliarsi la mattina, rimboccarsi le maniche e dire "ok, da adesso mi do da fare".
Non parlo di una rivoluzione politica, ma di una vera e propria rivoluzione di se stessi.
Non si può avere la presunzione di poter cambiare il sistema se rimaniamo gli stessi egoisti, indifferenti, di sempre.
Questo è il mio punto di vista sul 21 dicembre, e sulla fine di un'era.
Ma so che tutti gli altri cercheranno piuttosto un'altra data in cui credere, un appuntamento per cui aspettare. Più un rinvio, che una vera presa di posizione.
Vedremo...

lunedì 3 dicembre 2012

Città fantasma: Pripyat





«All'attenzione degli abitanti di Pripyat! Il Comune informa che a causa dell'incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, nella città di Pripyat le condizioni radioattive nelle vicinanze si stanno deteriorando. Il Partito Comunista, i suoi funzionari e le forze armate stanno prendendo misure necessarie per combattere questo. Tuttavia, al fine di tenere le persone e soprattutto i loro figli più al sicuro e sani possibili, con la massima priorità, abbiamo bisogno di evacuare temporaneamente i cittadini nella vicina città di Kiev. Per queste ragioni, a partire dal 27 aprile, 1986 ogni condominio avrà un bus a sua disposizione, sotto la supervisione da parte della polizia e dei funzionari della città. È altamente consigliabile prendere i documenti, alcuni effetti personali e una certa quantità di cibo, per ogni evenienza. Gli alti dirigenti di strutture pubbliche e industriale della città hanno deciso l'elenco dei dipendenti necessari per rimanere in Pripyat per mantenere queste strutture in un buon ordine di lavoro. Tutte le case saranno sorvegliate dalla polizia durante il periodo di evacuazione. Lasciando la residenza temporaneamente, si prega di assicurarsi di avere spento le luci, le apparecchiature elettriche e chiuso l'acqua e le finestre. Si prega di restare calmi e ordinati nel processo di questo breve periodo di evacuazione.»



Queste le parole pronunciate il 26 aprile 1986, in seguito all’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare V.I. Lenin di Chernobyl. Nell’aria furono emessi più di 100 materiali radioattivi, per un valore 400 volte superiore a quello delle bombe sganciate su Nagasaki e Hiroshima. Nonostante che, negli anni a venire, l’incidente venga ricordato con il nome della città di Chernobyl, il danno maggiore fu accusato dalla vicina città di Pripyat, quest’ultima distante solo 3 km dalla centrale, a differenza dei 18 di Chernobyl. Il motivo, oltre alla vicinanza della centrale, fu determinato dal vento. Quest’ultimo spinse il materiale radioattivo velocemente verso l’Europa dell’ovest e oltre, fino a toccare la costa orientale degli Stati Uniti.




La pericolosità del disastro fu comunque sottovalutata, e la città di Pripyat fu evacuata solo trentasei ore dopo l’incidente. Ai cittadini fu promesso di poter ritornare a casa in un tempo massimo di tre settimane, ma la promessa non fu mantenuta, da allora Prypiat è completamente disabitata. Le strade, pur essendo ancora praticabili, sono praticamente inutilizzate dal 1986.




Pripyat fu costruita per ospitare gli operai che lavoravano alla centrale, e guadagnò il soprannome di “città del cambiamento”. La sua costruzione di recente fattura, infatti, permise di utilizzarla come terreno di prova per nuovi metodi di costruzione e di sviluppo residenziale, da diffondere poi per tutta l’Unione Sovietica.
Sotto certi aspetti, Pripyat rende ancora onore al suo soprannome, perché tutto ciò che è negato all’uomo, viene restituito alla natura. Infatti, la città è diventata una specie di paradiso per gli animali che, non dovendo più interagire con gli uomini, possono circolare liberamente. Hanno occupato abitazioni e strutture abbandonate e non è raro incontrare un lupo, un orso o una volpe che attraversano la strada.
Fatta eccezione dei danni causati dal tempo, la città di Pripyat conserva ancora l’aspetto del giorno in cui fu evacuata, quando 1200 autobus formarono un convoglio lungo 25 chilometri.
Oltre alle strutture degli edifici, sono ancora presenti gli arredamenti, soprammobili ed elettrodomestici, abbigliamento dei cittadini e anche giocattoli dei bambini. Questo perché gli abitanti, durante l’evacuazione, portarono con loro soltanto documenti, libri o vestiti non ancora contaminati.
Quello che rimase a Pripyat fu depredato o lasciato nelle case, a causa delle radiazioni eccessive.
Oggi Pripyat può essere visitata, anche se non è saggio avvicinarsi senza dispositivi di sicurezza come un contatore Geiger. Specialmente nel parco giochi, che al momento dell'incidente era molto esposto alla centrale nucleare, è il punto più radioattivo della città.





Si ritiene che la zona di Pripyat possa essere tranquillamente accessibile in un periodo tra i trecento e i mille anni.
Nonostante tutto, gli abitanti di Pripyat tornano una volta l’anno, in occasione dell’anniversario della catastrofe, per rendere omaggio ai luoghi in cui hanno vissuto.




Pripyat, e la centrale nucleare di Chernobyl, hanno dato ispirazione ai videogiochi della saga S.T.A.L.K.E.R, Shadows of Chernobyl e Callo f Pripyat, oltre alcune missioni del famoso Call of Duty: Modern Warfare.
Per quanto riguarda il cinema, invece, sia Transformers 3 sia Chernobyl Diaries sono ambientati nella zona di reclusione, il primo per una sequenza, il secondo sfruttando l’aspetto abbandonato e misterioso per la produzione di un horror.
In realtà, ciò che ci si aspetta da un disastro nucleare è un paesaggio apocalittico e sterile, ma la flora e la fauna crescono tra i grigi palazzi di Pripyat, del tutto indifferenti a quello che successe nella data del 26 aprile.

mercoledì 28 novembre 2012

Città fantasma: Gunkanjima




Chi ha già visto Skyfall, il 23° capitolo della saga di James Bond, sarà forse rimasto affascinato da quell'isola abbandonata per via di un inganno creato dal villain del film, per il 50% la notizia è vera. Nessuna epidemia ha colpito la piccola isola di Gunkanjima, situata nella prefettura di Nagasaki, per quanto riguarda lo stato di abbandono e di degrado, nessun trucco cinematografico ha alterato l'aspetto di quella che viene definita "nave da guerra". Perché l'aspetto di questa piccola isola è proprio quello di una nave da guerra, grigia e decadente, con un muro di cemento circostante dedito a prevenire inondazioni.
L'isola era un importante polo minerario, grazie alla miniera di carbone contenuta in essa, tra il 1887 e il 1974. Nel 1959 è stata oggetto di una delle più alte densità abitative mai registrate, ben 3450 abitanti per chilometro quadrato.
Sull'isola era presente una scuola elementare e una superiore, una palestra, un cinema, un bar, un ristorante, diversi negozi e un ospedale. Anche un tempio buddista e uno shintoista.
La vita era tutt'altro che ospitale, gli appartamenti consistevano in celle anguste e soffocanti, l'isola non produceva altro che carbone, e i beni per la sopravvivenza venivano trasportati da navi cargo.
Nel periodo estivo, a causa dei tifoni, l'isola era isolata dal resto del mondo, nell'attesa di ricevere quei rifornimenti che avrebbero salvato la vita di non poche persone.


Nel 1941 venne estratta una quantità di carbone pari a 410.000 tonnellate, fu il periodo di massima attività della miniera. Per raggiungere questo traguardo, però, parecchi operai persero la vita.
Motivo per il quale vennero utilizzati prigionieri cinesi e i coreani, mentre i giapponesi combattevano la guerra al fronte. Delle morti registrate su Gunkanjima, inaspettatamente, buona parte avvennero per fame e scarse condizioni igieniche. Nel 1983 venne intervistato un coreano, Suh Jung-woo, che fu costretto a lavorare sull'isola:
"Nonostante il lavoro massacrante, i nostri pasti consistevano semplicemente per l'80% di fagioli e 20% di riso bollito con qualche sardina. Quasi ogni giorno soffrivo di diarrea, e la mia forza gradualmente se ne andò. Ho provato a riposarmi, ma le guardie arrivavano e mi costringevano a lavorare, non so quante volte ho pensato di buttarmi a mare ed annegare.
Quaranta o cinquanta dei miei compagni coreani si sono suicidati o sono annegati tentando di raggiungere Takahama. Io non so nuotare, ma fui fortunato. Dopo cinque mesi fui trasferito alla fabbrica della Mitsubishi di Saiwai-machi, a Nagasaki, e potei lasciare l'isola. Se fossi rimasto, non sarei vivo ora. C'erano già 200 coreani sull'isola quando arrivai, per cui in totale siamo stati 500 o 600. Eravamo tutti pigiati assieme in due edifici, uno con 5 camere per piano e l'altro con sei. Mi piange il cuore a pensare agli altri coreani. Oggi le persone chiamano l'isola Battleship Island, ma per noi era Prison Island, senza possibilità di fuga."



Dopo la seconda metà del '900, quando il petrolio sostituì il carbone come fonte di energia, l'isola venne gradualmente abbandonata, fino alla situazione in cui è ora, ferma al 1974.
Gli edifici sono prossimi al crollo, ed è proprio questo aspetto decadente e, come suggerisce qualche turista, "post-apocalittico" ad attirare i curiosi e i turisti.
L'isola, però, rimase invisibile agli occhi del mondo fino al 2005, quando a un gruppo di giornalisti fu concesso di visitarla per la prima volta. Da questa data al 2009, comunque, l'isola era considerata off-limits, con una punizione di carcere per un mese ai trasgressori di questo divieto. Solo ai pescatori era permesso di avvicinarsi e di sbarcare, a patto che rimanessero sul muro perimetrale.
Tuttavia, oggi è possibile visitarla tranquillamente, anche se le dure condizioni meteo impongono un periodo di apertura di soli 160 giorni all'anno.






mercoledì 21 novembre 2012

Detox: ecco ciò che indossiamo




La nuova preda di Greenpeace è il marchio d’abbigliamento ZARA, in seguito a una campagna denominata Detox. Sotto indagine, però, le più grandi catene di moda del mondo.
Sotto al nome di ZARA, infatti, figurano anche Benetton, Jack & Jones, Diesel, Esprit, Gap, Armani, H&M, Levi, Victoria’s Secret, Mango, Marks & Spencer, Tommy Hilfiger e Calvin Klein.
Sono stati esaminati 141 capi di abbigliamento con la conseguente scoperta di sostanze pericolose contaminanti.
Alchilfenoli e ftalati, i primi sono altamente tossici (in quanto persistenti) per gli organismi acquatici, mentre in quelli animali provocano dermatiti ed allergie. I ftalati, invece, causano una femminilizzazione nei neonati maschi, disturbando la maturazione dei testicoli, oltre a provocare danni al fegato, ai reni e ai polmoni.
Ovviamente la notizia non è una novità, ma Greenpeace fa partire la solita raccolta firme, chiedendo a ZARA di azzerare l’utilizzo di queste sostanze entro il 2020, cosa che altri marchi come H&M e Mark & Spencer hanno già accettato. Greenpeace afferma di aver scelto ZARA in quanto è il marchio più grande, e che quindi ha la maggior concentrazione di queste sostanze.
Si impone, inoltre, di fornire al cliente i valori di tutte le sostanze rilasciate nelle acque dai loro impianti.
Quello che si vorrebbe evitare, e curare, è una situazione come quella della Cina, la più grande fornitrice di capi di abbigliamento, anche per grandi marchi occidentali.
Un terzo della popolazione cinese non ha accesso all’acqua potabile, in quanto quest’ultima è inquinata e l’industria tessile ne è una delle principali cause.
Qui sotto il link per la nuova campagna di Greenpeace:

Greenpeace Detox/Zara

lunedì 19 novembre 2012

Io non vi voto: sfida alla politica fossile



Le proteste di Greenpeace per un futuro energetico pulito continuano senza sosta, e questa volta direttamente contro il governo italiano. O meglio, contro i rappresentanti di popolo, i politici che sempre più si criticano tra di loro, offendendosi quasi fosse un gioco per bambini. Si pongono domande, si danno delle risposte non troppo convincenti e promettono. Ora Greenpeace li invita a rendere conto al popolo di una questione che dovrebbe essere equamente importante come tante altre: l'impiego di fonti rinnovabili per la produzione di energia. Chiudere quindi il capitolo del carbone e del petrolio che, afferma Greenpeace, causano 570 morti premature l'anno e ben oltre i 2,6 miliardi di danni (l'Enel è responsabile del 70% di questi dati).
Cosa c'entra la politica? Facile a dirsi, quando Enel realizza un nuovo impianto a carbone nel pieno del Parco del Delta del Po, con la firma del governo Berlusconi e quella di una giunta regionale della Lega Nord.
Oppure, all'altro lato della schema politico, ci sono le due centrali di Brindisi di cui la prima, a Brindisi Nord, risale agli anni '60 e non è di certo efficiente e pulita, mentre la seconda, Brindisi Sud, è stimata come l'impianto industriale più inquinante d'Italia.
L'ultimo chiodo va appuntato sul governo di tecnici, che acconsente alla creazione di una nuova centrale a carbone in Calabria.
Dal carbone si passa all'oro nero, quello liquido.
Infatti, nel Mar Mediterraneo, prosegue la ricerca alle ultime gocce di petrolio. Quanto ce n'è di questo petrolio? Secondo le stime del ministero dello sviluppo economico circa 10 milioni di tonnellate, l'equivalente di sette settimane di consumo nazionale. Sette settimane, con 15 miliardi di euro di investimenti.
Le stesse somme, investite nell'ambito delle fonti rinnovabili, potrebbe dare vita a circa 200.000 posti di lavoro, per un mercato che non è effimero quanto quello del petrolio.
Ora Greenpeace lancia una petizione online, chiunque può mettere il suo nome e mandare il suo reclamo ai nostri politici, qui il link:

Greenpeace: Io Non Vi Voto

martedì 13 novembre 2012

Qual'è il piano B?




Il magazine Popular Science pubblica un interessante articolo, esso analizza i possibili piano per fermare il surriscaldamento globale. Non stiamo parlando di soluzioni, ma di un’ultima spiaggia, qualcosa a cui aggrapparsi al tramonto della nostra esistenza.
Se aumenta la quantità di anidride carbonica nell’aria, qual è il mezzo più ovvio per ristabilire il giusto equilibrio con l’ossigeno? Piantare più alberi.
Nel 2009 la NASA annunciò che si sarebbero dovuti piantare alberi per tutta l’estensione del Sahara e dell’Australia. In questo modo, annualmente si sarebbero potute assorbire ben 12 miliardi di tonnellate di CO2, cioè un terzo delle emissioni totali registrate nel 2010.
Ovviamente, imboschire un deserto comporta le sue conseguenze, perché ciò altererebbe l’equilibrio dell’intero pianeta. Ad esempio, la formazione di cicloni nell’area atlantica è tenuta sottocontrollo dal clima caldo del Sahara. Inutile parlare inoltre dei costi che comporterebbe il piantare miliardi di alberi e la dovuta irrigazione.
Un’altra soluzione proposta è quella di fertilizzare gli oceani con del ferro. Si è scoperto infatti che il ferro stimola la produzione di fitoplancton. Questi organismi riescono a creare la metà dell’ossigeno prodotto dall’intera flora mondiale. Tuttavia, qualsiasi sia il grado di fertilizzazione delle acque, non si riuscirebbe comunque ad abbassare l’anidride carbonica ad un livello significativo.
La terza soluzione, proposta nel 2008 dallo scienziato Rolf Schuttenhelm, è quella di costruire un’immensa diga lungo il Mare di Bering. Così facendo, si impedirebbe alle acque dell’Oceano Pacifico di fluire verso il polo nord, mantenendo bassa la temperatura delle acque e si ricongelerebbe la calotta artica, abbassando così la temperatura della terra.
L’ultima soluzione, proposta da un team di ricercatori britannici, si chiama “Pinatubo Option”.
Prendono ispirazione direttamente dal vulcano Pinatubo che, nel 1991, diffuse nell’atmosfera 20 milioni di tonnellate di biossido di zolfo, abbassando la temperatura media della terra di circa mezzo grado nell’anno successivo.
L’idea di Pinatubo Option, è quella di innalzare enormi palloni aerostatici pieni di particelle di solfato, in modo da abbassare la temperatura. Il problema, è che il processo andrebbe ripetuto negli anni, in quanto il suo effetto è di breve durata. Una volta avviato, inoltre, non potrebbe essere più interrotto, perché le temperature si innalzerebbero velocemente, causando anche lo scioglimento del permafrost. Quest’ultimo è uno strato di terreno perennemente ghiacciato, una specie di copertura impermeabile dei terreni glaciali, come l’artico, l’Alaska o la Siberia. Sotto di esso è presente una grandissima quantità di gas metano, trenta volte più nocivo dell’anidride carbonica.
Non è difficile immaginare quindi il grave rischio a cui si andrebbe incontro, motivo per cui si può ammettere con franchezza che non ci sono ultimatum che la terra può concederci, non c’è un’estrema soluzione al surriscaldamento globale.
La cosa più sensata e ovvia che si potrebbe fare, è quello di assumersi qualche responsabilità e anzitutto cominciare a limitare dove possibile, perché imporre un limite è l’inizio di un cambiamento.